Le imprese e la crisi della catena globale del valore

di Valentina Marchesin

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La paralisi dell’economia globale provocata dall’epidemia Covid-19 sta infliggendo, ancora oggi, importanti sfide al sistema produttivo italiano e mondiale. Infatti, nonostante i positivi tassi di crescita della produzione registrati a livello mondiale nel 2021, gli strascichi della pandemia minano le prospettive di crescita della produzione industriale internazionale. La recrudescenza della pandemia, le tensioni nelle catene di approvvigionamento e i rincari dei costi delle materie prime, con particolare riferimento ai prodotti energetici, sono elementi di forte instabilità che rallentano l’economia, appesantendo la ripresa del tessuto produttivo. Questa condizione è stata inoltre aggravata dalle tensioni geopolitiche che hanno interessato Russia ed Unione Europea e che si sono intensificate con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

A testimonianza di quanto detto, l’indagine sulle aspettative di inflazione condotta da Banca d’Italia ha mostrato come l’offerta delle imprese stia subendo forti incertezze, nonostante la presenza di una robusta domanda anche nella seconda parte del 2021. I dati Banca d’Italia certificano, infatti, un rallentamento dell’attività produttiva nel primo trimestre 2022, primariamente determinato da fattori di natura economica e geopolitica. In particolare, le strozzature della catena di approvvigionamento globale, stressata dai severi lockdown e dalla difficoltà di ricostituire i magazzini, azzerati durante la fase più severa dell’emergenza sanitaria Covid-19, stanno determinando ritardi nelle forniture tali da compromettere la continuità produttiva delle imprese ed inasprire i prezzi della produzione. Inoltre, la ricaduta pandemica, che ha colpito la Cina e il suo tessuto produttivo[1], nei mesi di marzo ed aprile, accresce le difficoltà di approvvigionamento globale, mettendo in dubbio il modello di globalizzazione sin qui diffuso.

Non solo l’offerta globale non è riuscita a colmare una domanda internazionale in forte ripresa, ma allo stesso tempo, alcuni settori come quello dei semiconduttori e dei componenti elettronici, sono stati oggetto di vere e proprie carenze di materie prime (supply shortage). Problematiche sono state anche riscontrate in termini di logistica, con particolare riferimento al trasporto marittimo. La struttura oligarchica del trasporto navale, i rigidi protocolli Covid dei paesi asiatici e la scarsità di navi e container hanno aggravato i ritardi delle forniture ed incrementato, quindi, i costi di trasporto delle materie prime ed intermedie a carico delle imprese. Inoltre, la guerra tra Russia e Ucraina ha segnato l’interruzione dei flussi commerciali nel Mar Nero, compromettendo anche queste tratte di scambio internazionali. La figura 1, che mostra l’andamento dell’indice dei tempi di consegna alle piccole e medie imprese, permette di apprezzare come il 2021 sia stato caratterizzato da una dilatazione dei tempi di spedizione. Dopo miglioramenti delle tempistiche riscontrati nel gennaio 2022, ci si aspetta un ulteriore peggioramento, in termini di allungamento dei tempi di consegna, come conseguenza del riemergere della pandemia in Cina, dell’insorgere del conflitto tra Russia ed Ucraina e del conseguente scoppio della guerra commerciale tra Europa e Russia.

La conferma delle difficoltà delle imprese viene fornita da un sondaggio condotto da Banca d’Italia sulle aziende lombarde, che rivela come ben oltre il 60% delle imprese intervistate stia riscontrando problemi di approvvigionamento dei fattori di produzione sia per carenza che per incremento dei prezzi delle materie prime. Allo stesso tempo il sondaggio rivela anche come una quota rilevante di imprese stia subendo i ritardi e gli aumenti dei prezzi dei trasporti. Le problematiche sono state percepite maggiormente dalle microimprese, categoria che per più del 50% lamenta difficoltà legate agli approvvigionamenti dei fattori di produzione e all’incapacità di programmare l’attività, spingendo le imprese a favorire una progressiva nazionalizzazione della catena del valore (Corriere della Sera, 2022).

È importante sottolineare come la tendenza generalizzata al rialzo dei prezzi abbia interessato soprattutto i beni energetici[2], con particolare riferimento a petrolio e gas naturale. La crescita dei corsi dei beni energetici, aggravata dalle tensioni geopolitiche che hanno interessato Russia ed Unione Europea, ha investito tutti i settori economici, spingendo l’inflazione ben oltre i livelli previsti. A tal proposito l’ufficio di statistica nazionale Istat stima che i prezzi alla produzione a gennaio 2022 abbiano subito un incremento di eccezionale entità, raggiungendo 9,7% su base mensile e quasi il 33% su base annua, sospinti dalla crescita dei prezzi delle materie prime energetiche[3].

Dopo aver raggiunto la massima variazione annua nel marzo 2022 (+36,9%), la crescita dell’inflazione è stata poi ridotta, segnando incrementi contenuti su base mensile ed annua, rispettivamente dello 0,2% e 35,3% ad aprile del 2022. Ulteriori incertezze potrebbero provenire da variazioni dell’offerta del gas da parte della Russia, elemento che potrebbe innescare ulteriori pressioni inflazionistiche a danno di imprese e consumatori.

Per comprendere l’incidenza dei rincari delle materia prime, specie energetiche, sui conti economici delle imprese è importante ricordare la forte dipendenza dell’industria europea dall’utilizzo di gas naturale, risorsa primaria nell’industria manifatturiera, che viene importata per ben il 90%. L’alto livello di importazione è un fattore di grande rischio per le imprese in quanto, significative variazioni del prezzo del gas naturale, possono, non solo, alterare la capacità di spesa e, quindi, di consumo dei cittadini, ma anche erodere il margine operativo delle imprese, in termini di aumento dei costi di approvvigionamento delle risorse. Di seguito viene proposta la figura 3 relativa alla dinamica di crescita dei prezzi delle materie prime, nel quale è ravvisabile la forte impennata dei prezzi dei beni energetici, con particolare riferimento al gas naturale, il cui corso ha iniziato ad apprezzarsi con l’inizio del conflitto Russia-Ucraina.

L’impatto della crescita dei prezzi è tanto maggiore, quanto più le imprese impiegano energia nel loro processo di produzione. Per questo il rincaro dei costi dell’energia ha colpito principalmente le industrie manifatturiere attive nella fabbricazione di coke, prodotti petroliferi raffinati, nella metallurgia, fabbricazione di prodotti in metallo, nella chimica, nel legno, nella carta e stampa e nella produzione di gomma e materie plastiche.

Per quanto concerne l’economia della Lombardia, nonostante le difficoltà di approvvigionamento e le tensioni geopolitiche, la produzione industriale delle imprese è rimasta robusta nel primo trimestre del 2022, registrando una crescita del 1,8% rispetto al trimestre precedente. Il risultato è stato determinato dal forte incremento degli ordini, in particolare quelli internazionali, che sono aumentati del 4%. Ottime performance sono state registrate in tutti i comparti, con particolare riferimento all’industria meccanica, della gomma e plastica e della chimica, che si confermano i settori trainanti dell’economia lombarda (Carletti, 2022).

Analizzando i risultati della produzione disaggregati per classe dimensionale, è possibile notare come sussistano profonde differenze in termini di resilienza tra imprese al verificarsi di shock esogeni. Infatti, dopo un brusco calo della produzione che ha interessato nel 2020 tutte le imprese in egual misura e a prescindere dalla classe dimensionale, le imprese di piccola dimensione, ossia tra i 10 e i 49 addetti, presentano nel 2022 un indice di produzione più contenuto che rimane al di sotto del valore medio (linea blu – figura 4). Al contrario, le imprese tra i 50 e oltre i 200 addetti presentano valori della produzione superiori e ben al di sopra della media (linee arancione e verdi – Figura 4). Questo risultato è stato reso possibile grazie alla maggior diversificazione e propensione ai mercati esteri perseguita dalle medie e grandi imprese, elementi che hanno consentito loro di riprendersi più facilmente dopo lo shock imposto dal Covid-19.

In nessun settore vengono riscontrate problematiche dal lato della domanda. Le maggiori incertezze provengo dal lato dell’offerta, con difficoltà persistenti nell’approvvigionamento di materie prime e semilavorati e crescenti aumenti dei prezzi dei beni energetici[4] (petrolio e gas naturale). A questo proposito Unioncamere Lombardia stima una crescita dei costi di produzione a carico delle imprese pari al 16%[5], che, qualora l’incremento dei prezzi energetici non rientri, verrà, in parte, trasferita sui listini di vendita delle imprese e, per l’altra parte, compensata da una riduzione dei margini di profitto alle imprese.

Ancora una volta le maggiori pressioni sono state sopportate dalle imprese di minori dimensioni che, anche per l’approvvigionamento di materie prime, risultano essere meno diversificate e, quindi, più esposte agli incrementi di prezzo (Figura 5).

È importante sottolineare come negli ultimi dieci anni molte imprese lombarde abbiano avviato investimenti volti alla riduzione dei consumi energetici e finalizzati a favorire l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili, elemento rilevante data l’alta concentrazione di imprese energivore nella regione.

Marginale sarà l’impatto della guerra in termini di variazioni della domanda da parte dei paesi oggetto, diretto ed indiretto, del conflitto (Ucraina, Russia e Bielorussia), in quanto i mercati nel loro complesso valgono il 2,1% del valore totale delle vendite estere sia dirette che indirette. Nel 2021 i flussi principali sono stati destinanti alla Russia (1,6%), marginale sono invece i flussi dell’Ucraina (0,4%). Le esportazioni hanno avuto per oggetto macchinari, prodotti chimici, beni del comparto della moda e prodotti in metallo. Le importazioni dai tre paesi hanno per oggetto metalli di base, prodotti chimici, alimentari e prodotti dell’industria estrattiva (carbone e petrolio provenienti dalla Russia e sabbia, pietra ed argilla proveniente dall’Ucraina). I beni energetici importati rappresentano, però, circa i due terzi del valore dei beni acquistati dai tre paesi.

[1] Nel mese di aprile 2022, la produzione cinese ha segnato una riduzione di quasi tre punti percentuali rispetto all’anno precedente. Questa rappresenta la seconda contrazione negativa, dopo quella registrata nel mese precedente e pari al 3,5%. A pesare sul dato sono, da un lato, i severi lockdown imposti dal Governo cinese per arginare l’avanzata della variante Omicron e, dall’altro, il forte calo dei consumi, con le vendite al dettaglio crollate dell’11% rispetto all’anno precedente (Corriera della Sera, 2022).

[2] I prodotti energetici avevano subito un forte contrazione del prezzo come conseguenza dello stop dell’attività produttiva globale determinato dall’epidemia Covid-19. I loro corsi sono successivamente aumentati sia come effetto del riequilibrio (incremento della domanda per la ripresa dell’attività) sia come effetto del ripristino delle normali scorte, erose con i lockdown.

[3] Al netto della componente energetica l’Istat stima una crescita dei prezzi più contenuta, in particolare 1,8% su base annua e il 10,6% su base mensile (Istat, 2022a).

[4] L’indagine condotta da Banca d’Italia ha rilevato che il 60% delle imprese lombarde intervistate stia riscontrando difficoltà nel reperimento di semiconduttori e componenti elettroniche. Allo stesso tempo le imprese intervistate dichiarano di essere preoccupate dell’incremento dei prezzi energetici, che ha subito un aumento a livello nazionale del 147% rispetto ai dodici mesi precedenti (Banca d’Italia, 2022b).

[5] Per le imprese manifatturiere si stima un incremento dei prezzi del 29,3% (Banca d’Italia, 2022b).

 

 

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